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Lisey's story

di Erica (19/02/2007 - 13:51)

To the public eye, the spouses of well-known writers are all but invisible, and no one knew better than Lisey Landon. Her husband had won the Pulitzer and the National Book Award, but Lisey had given one interview in her life. This was for the well-know women magazine that publishes the column 'Yes, I'm married to Him!' She spent roughly half of his five-hundred-word lenght explaining that her nickname rhymed with 'CeeCee'. Most of the other half had to do with her recipe for slow-cooked roast beef. Lisey's sister Amanda said that the picture accompanying the interview made Lisey look fat.

"Lisey's story" è l'ultima fatica di Stephen King.

Come è fatto il mondo segreto di uno scrittore strapremiato, adorato dal pubblico e dalla critica? Per venticinque anni Lisey è stata sposata al celebre Scott Landon. Un lungo, stupendo matrimonio con lui - un uomo meraviglioso ma complicato, con una tara nel sangue - e con l'universo di lui, una dimensione proibita ai normali, piena di cose fantastiche ed esaltanti, ma anche letali; di forze che possono risanare o uccidere, in virtù di leggi incomprensibili; il rifugio di un artista geniale e precoce, un eden vigilato da un serpente inesorabile. Laggiù ci sono colline viola, mari al tramonto, ombre vaganti, tombe e la "pozza delle parole", cui attingere a piene mani per ceare e illudere... Però ora Scott è morto, e la vita di Lisey è uguale a quella di tante altre. Non siamo a Boo'Ya Moon, bensì nel prosaico Maine, dove lei affronta il triste compito di svuotare il gigantesco studio del marito, con la sua mole di manoscritti. Un gesto innocente, ma che può scatenare le reazioni inconsulte di certi fan un po' particolari. E non è tutto. Impegnata da una parte a difendersi dagli assalti alla sua persona, Lisey si rende conto, su un altro fronte, di essere come una porta lasciata aperta su quell'altro mondo ai confini tra ragione e pazzia... già intravede - negli specchi, nelle superfici lucide - il muso dell'essere che ha popolato gli incubi del marito, che ora viene per lei... Lisey Debusher Landon non è una romanziera, ma sa che, guidata da una mano invisibile, adesso può scegliere di chiudere la partita scrivendo la sua storia.

Il libro, lo dico subito, non mi ha appassionato affatto. Probabilmente è il libro di King che mi è piaciuto meno. La prima metà è lentissima e proprio non riuscivo a proseguire. Poi, arrivata finalmente all'assalto che Lisey subisce dal 'cowboy dello spazio', la storia si fa più coinvolgente e interessante.
Fra gli aspetti positivi del libro posso elencare i salti temporali della storia, ma certamente da "It" in poi, King ci ha già abituato a questo suo modo di raccontare. Mi è piaciuto anche il fatto che ci abbia presentato la vita di una persona che vive nell'ombra di un personaggio famoso. Nel libro sono presenti come al solito vari riferimenti a libri precedenti di King come ad esempio l'esclamazione "Hi-yo-smuckin-Silver" pronunciata da Scott Landon che arriva dritta dritta dal già citato capolavoro "It". Nessun fan di King si tirerà certo indietro dalla lettura di "Lisey's story", ma ce la farà ad arrivare indenne in fondo alla lettura?

Is your number up?

di Erica (19/08/2006 - 11:28)

The event that came to be known as The Pulse began at 3:03 p.m., eastern standard time, on the afternoon of October 1. The term was a misnomer, of course, but within ten hours of the event, most of the scientists capable of pointing this out were either dead or insane. The name hardly mattered, in any case. What mattered was the effect.
At three o'clock on that day, a young man of no particular importance to history came walking - almost bouncing - east along Boylston Street in Boston. His name was Clayton Riddel. There was an expression of undoubted contentment on his face to go along with the spring in his step. From his left hand there swung the handles of an artist's portfolio, the kind that close and latches to make a traveling case. Twined around the fingers of his right hand was the drawstring of a brown plastic shopping bag with the words small treasures printed on it for anyone who cared to read them.

"Cell" ultima fatica letteraria di Stephen King, è un romanzo del genere catastofista.
Boston, primo ottobre. Tutto va bene. È un bel pomeriggio di sole, la gente passeggia nel parco, gli aerei atterrano quasi in orario. Per Clayton Riddell è il più bel giorno della sua vita. In quel preciso istante, il mondo finisce. A milioni, quelli che hanno un cellulare all'orecchio impazziscono improvvisamente, regredendo allo stadio di belve feroci. In un attimo, un misterioso impulso irradiato attraverso gli apparecchi distrugge il cervello, azzerando la mente, la personalità, migliaia di anni di evoluzione. In poche ore, la civiltà è annientata, il sapiens non è mai esistito, lasciando al suo posto un branco di sanguinari subumani privi della parola. Ma questo è solo l'inizio. Poi cominciano a mutare. E poi a organizzarsi. Percorrendo di notte le città svuotate con altri scampati come lui, tra i resti di un progresso tecnologico ormai privo di ogni senso, Clayton ha un solo pensiero. Anzi, due: ritrovare la moglie e il figlio, che ha lasciato nel Maine, soli, inermi, in balia di un telefonino... E conquistare all'umanità i diritto di coesistere con la nuova specie dominante.

L'idea del virus che si propaga attraverso i cellulari è certamente innovativa e i libri che raccontano la fine della civiltà come noi la conosciamo sono estremamente avvincenti (vedi "L'ombra dello scorpione"). Penso che con questo libro King sia tornato ad ammaliare molti dei suoi fan persi per strada. A me il libro è piaciuto anche se nella seconda parte l'ho trovato un po' fiacco, meno sviluppato di "L'ombra dello scorpione". I personaggi sono meno caratterizzati del solito, forse perchè non ha voluto dilungarsi con troppe pagine. Leggendo fra i commenti degli altri lettori, a quasi nessuno è piaciuto il finale. Io invece l'ho trovato interessante, diverso dal solito happy end che molti scrittori ci propinano: ormai ha proprio stufato!  Voglio leggere libri con finali non banali... ;-)

The Dark Tower rimane dark?

di Erica (19/07/2006 - 09:20)

Pere Don Callahan had once been the Catholic priest of a town – Salem's Lot had been his name – that no longer existed on any map. He didn't much care. Concepts such as reality had ceased to matter to him.
This onetime priest now held a heathen object in his hand, a scrimshaw turtle made of ivory. There was a nick in its beak and a scratch in the shape of a question mark on its back, but otherwise it was a beautiful thing.
Beautiful and powerful. He could feel the power in his hand like volts.

'How lovely it is', he whispered to the boy who stood with him.'Is it the Turtle Maturin? It is, isn't it?'


“The Dark Tower” è il romanzo di Stephen King che chiude il ciclo dei sette romanzi della saga della Torre Nera. Scusate se parlo ancora di King nel giro di pochi giorni, ma l'interrogativo del titolo è sollevato dal blog di Gianchy che seguo accanitamente ;-)
Un avvertimento: vi prego di evitare la lettura del post se avete intenzione di leggere il libro perchè parlerò del finale.

Son quasi 25 anni che Stephen King lavora alla saga. Il primo della serie inizia dei più bei incipit che abbia mai visto:

The man in black fled across the desert and the gunslinger followed.

Semplicemente sublime! I primi tre libri della serie sono abbastanza strani, a metà strada fra il genere western e il fantasy. Il quarto della serie finalmente ripercorre il misterioso passato del pistolero protagonista della saga. Gli ultimi 3, scritti nel giro di soli due anni, e lo si nota perchè la storia scorre più fluida che negli altri, portano a conclusione la saga.
Nell'universo della Torre Nera vi sono infiniti mondi paralleli, ma ce n'è uno, il mondo chiave, in cui la linea del tempo può scorrere in una sola direzione. Per passare fra un mondo e l'altro vi sono particolari porte.
I personaggi più importanti sono 5: il pistolero, Roland Deschain, è il protagonista assoluto della serie. Poi c'è Jake Chambers, un ragazzo di 11 anni che arriva dalla New York del 1977; Eddie Dean un giovane drogato che arriva dalla New York del 1987; Susannah Dean una donna schizofrenica che arriva dalla New York del 1964 e Pere Callahan, un sacerdote cattolico che è stato infettato da un vampiro e quindi dannato.

Nelle prime pagine di questo volume ritroviamo il gruppetto sano e salvo, sebbene sparso per ogni dove (e ogni quando). Susannah-Mia è stata trasportata dal Dixie Pig di New York (e dal 1999) in una stanza degli orrori di Fedic, dove vedrà la luce suo "figlio". Jake e Père Callahan, con Oy, sono entrati nel locale ad armi spianate per salvare la ragazza, ignorando il pericolo in agguato. Roland e Eddie, con John Cullum, sono nel Maine del 1977, in Turtleback Lane, e incominciano a comprendere che il mondo da cui stanno cercando di fuggire è l'unico reale, l'unico in cui il tempo vada solo in avanti, in linea retta... Ma questo non è che l'inizio delle loro avventure.

Leggendo i commenti dei lettori al libro, la maggioranza è rimasta molto delusa dal finale. Dopo oltre 24 anni di attesa (per chi aveva iniziato a leggere la saga dall'inizio) tutti affermano che si aspettavano che King s'impegnasse di più. Una minoranza invece apprezza il finale perchè affermano che è l'unico possibile.
La mia prima impressione leggendo il finale ammetto che è stata di delusione. Ma come, pensavo... migliaia di pagine per tornare all'inizio, la storia si ripete e Roland non si ricorda che ha già raggiunto la torre! Poi ripensandoci... come poteva essere il finale? Positivo? Avrebbe fatto contenti molti. Negativo? Avrebbe fatto contenti pochi. E poi qualsiasi cosa trovata nell'ultima stanza della torre l'avrebbe resa fisica, reale. E forse sminuita. Il finale scelto da King (anche se lui afferma che non decide, scrive quello che vede!) penso che sia quello che più gli si adatta.

Ragazzi è incredibile! Ho trovato pure su wikipedia un articolo lunghissimo sulla Torre Nera...

Il Mistero

di Erica (17/07/2006 - 10:55)

After deciding he would get nothing of interest from the two old men who comprised the entire staff of The Weekly Islander, the feature writer from the Boston Globe took a look at his watch, remarked that he could just make the one-thirthy ferry back to the mainland if he hurried, thanked them for their time, dropped some monye on the tablecloth, weighted it down with the salt shaker so the stiffish onshore breeze wouldn't blow it away, and hurried down the stone steps from The Grey Gull's patio dining area toward Bay Street and the little town below. Other than a few cursory gleeps at her breasts, he hardly noticed the young woman sitting between the two old men at all.
Once the Globe writer was gone, Vince Teague reached across the table and removed the bills-two fifties from beneath the salt shaker. He tucked them into a flap pocket of his old but serviceable tweed jacket with a look of unmistakable satisfaction.

Stephen King in "The Colorado Kid" ha scritto un libro in cui il protagonista assoluto è Il Mistero con la 'M' maiuscola. Lo scrittore ci avverte in molte pagine che quella che seguirà è una storia che non è adatta per essere pubblicata su un giornale perchè ci sono troppe variabili, troppe atti senza un spiegazione.
Nella postafazione King spiega per l'ennesima volta che le storie che ci racconta nascono da un particolare che lo colpisce e non è un processo automatico del tipo leggo qualcosa e ci scrivo sopra una storia. No non è così. Il particolare che ha attivato la sua fantasia è il mistero che circonda, sommerge la storia raccontata.
Su un'isola del Maine (King afferma che nessun posto è adatto per una storia del mistero come un'isola da Dieci piccoli indiani di Agatha Christie in poi) due anziani giornalisti raccontano la morte misteriosa di uno sconosciuto e gli strani fatti che circondano il caso, in cui si sono imbattuti 25 anni prima, ad una giovane giornalista apprendista. La storia sembra un pretesto per fare scuola alla ragazza, per insegnarle a porsi le domande giuste al momento giusto. E rappresenta un rito di passaggio, per dimostrarle che è stata pienamente accettata dalla comunità.
Il libro è un racconto senza finale (e King non ci ha imbrogliato perchè ci ha avvertito di ciò fin dall'inizio) che c'invita a riflettere sulla bellezza del mistero in se'. Nella postfazione King afferma che forse è il mistero che ci permette di vivere sani in un mondo che ci consuma. Che vogliamo raggiungere le luci nel cielo, che volere può essere meglio che conoscere. Ognuno di noi può immaginare gli avvenimenti misteriosi con cui entra in contatto come preferisce, farsi una proprio opinione. Poi il conoscere come sono andate in realtà le cose diventa secondario.
A me è sembrato che King in questa novella abbia cercato di produrre qualcosa di molto diverso rispetto alle opere precedenti. Ha cercato di rendere secondaria la storia, gli interessa di più come i personaggi interagiscono fra loro di fronte al mistero. La sconsiglio quindi a chi di King piace l'horror, qui non ce n'è per niente! E anche a chi non ama le storie aperte: qui non c'è un finale, che avrebbe sicuramente sminuito la storia. Se fornisci un finale ai lettori, questi si concentrano su di esso, dimenticandosi del... Mistero.

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To the public eye, the spouses of well-known writers are all but invisible, and no one knew better than Lisey Landon. Her husband had won the Pulitzer and the National Book Award, but Lisey had given one interview in her life. This was for the well-know women magazine that publishes the column 'Yes, I'm married to Him!' She spent roughly half of his five-hundred-word lenght explaining that her nickname rhymed with 'CeeCee'. Most of the other half had to do with her recipe for slow-cooked roast beef. Lisey's sister Amanda said that the picture accompanying the interview made Lisey look fat.

"Lisey's story" è l'ultima fatica di Stephen King.

Come è fatto il mondo segreto di uno scrittore strapremiato, adorato dal pubblico e dalla critica? Per venticinque anni Lisey è stata sposata al celebre Scott Landon. Un lungo, stupendo matrimonio con lui - un uomo meraviglioso ma complicato, con una tara nel sangue - e con l'universo di lui, una dimensione proibita ai normali, piena di cose fantastiche ed esaltanti, ma anche letali; di forze che possono risanare o uccidere, in virtù di leggi incomprensibili; il rifugio di un artista geniale e precoce, un eden vigilato da un serpente inesorabile. Laggiù ci sono colline viola, mari al tramonto, ombre vaganti, tombe e la "pozza delle parole", cui attingere a piene mani per ceare e illudere... Però ora Scott è morto, e la vita di Lisey è uguale a quella di tante altre. Non siamo a Boo'Ya Moon, bensì nel prosaico Maine, dove lei affronta il triste compito di svuotare il gigantesco studio del marito, con la sua mole di manoscritti. Un gesto innocente, ma che può scatenare le reazioni inconsulte di certi fan un po' particolari. E non è tutto. Impegnata da una parte a difendersi dagli assalti alla sua persona, Lisey si rende conto, su un altro fronte, di essere come una porta lasciata aperta su quell'altro mondo ai confini tra ragione e pazzia... già intravede - negli specchi, nelle superfici lucide - il muso dell'essere che ha popolato gli incubi del marito, che ora viene per lei... Lisey Debusher Landon non è una romanziera, ma sa che, guidata da una mano invisibile, adesso può scegliere di chiudere la partita scrivendo la sua storia.

Il libro, lo dico subito, non mi ha appassionato affatto. Probabilmente è il libro di King che mi è piaciuto meno. La prima metà è lentissima e proprio non riuscivo a proseguire. Poi, arrivata finalmente all'assalto che Lisey subisce dal 'cowboy dello spazio', la storia si fa più coinvolgente e interessante.
Fra gli aspetti positivi del libro posso elencare i salti temporali della storia, ma certamente da "It" in poi, King ci ha già abituato a questo suo modo di raccontare. Mi è piaciuto anche il fatto che ci abbia presentato la vita di una persona che vive nell'ombra di un personaggio famoso. Nel libro sono presenti come al solito vari riferimenti a libri precedenti di King come ad esempio l'esclamazione "Hi-yo-smuckin-Silver" pronunciata da Scott Landon che arriva dritta dritta dal già citato capolavoro "It". Nessun fan di King si tirerà certo indietro dalla lettura di "Lisey's story", ma ce la farà ad arrivare indenne in fondo alla lettura?

Is your number up?

di Erica (19/08/2006 - 11:28)

The event that came to be known as The Pulse began at 3:03 p.m., eastern standard time, on the afternoon of October 1. The term was a misnomer, of course, but within ten hours of the event, most of the scientists capable of pointing this out were either dead or insane. The name hardly mattered, in any case. What mattered was the effect.
At three o'clock on that day, a young man of no particular importance to history came walking - almost bouncing - east along Boylston Street in Boston. His name was Clayton Riddel. There was an expression of undoubted contentment on his face to go along with the spring in his step. From his left hand there swung the handles of an artist's portfolio, the kind that close and latches to make a traveling case. Twined around the fingers of his right hand was the drawstring of a brown plastic shopping bag with the words small treasures printed on it for anyone who cared to read them.

"Cell" ultima fatica letteraria di Stephen King, è un romanzo del genere catastofista.
Boston, primo ottobre. Tutto va bene. È un bel pomeriggio di sole, la gente passeggia nel parco, gli aerei atterrano quasi in orario. Per Clayton Riddell è il più bel giorno della sua vita. In quel preciso istante, il mondo finisce. A milioni, quelli che hanno un cellulare all'orecchio impazziscono improvvisamente, regredendo allo stadio di belve feroci. In un attimo, un misterioso impulso irradiato attraverso gli apparecchi distrugge il cervello, azzerando la mente, la personalità, migliaia di anni di evoluzione. In poche ore, la civiltà è annientata, il sapiens non è mai esistito, lasciando al suo posto un branco di sanguinari subumani privi della parola. Ma questo è solo l'inizio. Poi cominciano a mutare. E poi a organizzarsi. Percorrendo di notte le città svuotate con altri scampati come lui, tra i resti di un progresso tecnologico ormai privo di ogni senso, Clayton ha un solo pensiero. Anzi, due: ritrovare la moglie e il figlio, che ha lasciato nel Maine, soli, inermi, in balia di un telefonino... E conquistare all'umanità i diritto di coesistere con la nuova specie dominante.

L'idea del virus che si propaga attraverso i cellulari è certamente innovativa e i libri che raccontano la fine della civiltà come noi la conosciamo sono estremamente avvincenti (vedi "L'ombra dello scorpione"). Penso che con questo libro King sia tornato ad ammaliare molti dei suoi fan persi per strada. A me il libro è piaciuto anche se nella seconda parte l'ho trovato un po' fiacco, meno sviluppato di "L'ombra dello scorpione". I personaggi sono meno caratterizzati del solito, forse perchè non ha voluto dilungarsi con troppe pagine. Leggendo fra i commenti degli altri lettori, a quasi nessuno è piaciuto il finale. Io invece l'ho trovato interessante, diverso dal solito happy end che molti scrittori ci propinano: ormai ha proprio stufato!  Voglio leggere libri con finali non banali... ;-)

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Pere Don Callahan had once been the Catholic priest of a town – Salem's Lot had been his name – that no longer existed on any map. He didn't much care. Concepts such as reality had ceased to matter to him.
This onetime priest now held a heathen object in his hand, a scrimshaw turtle made of ivory. There was a nick in its beak and a scratch in the shape of a question mark on its back, but otherwise it was a beautiful thing.
Beautiful and powerful. He could feel the power in his hand like volts.

'How lovely it is', he whispered to the boy who stood with him.'Is it the Turtle Maturin? It is, isn't it?'


“The Dark Tower” è il romanzo di Stephen King che chiude il ciclo dei sette romanzi della saga della Torre Nera. Scusate se parlo ancora di King nel giro di pochi giorni, ma l'interrogativo del titolo è sollevato dal blog di Gianchy che seguo accanitamente ;-)
Un avvertimento: vi prego di evitare la lettura del post se avete intenzione di leggere il libro perchè parlerò del finale.

Son quasi 25 anni che Stephen King lavora alla saga. Il primo della serie inizia dei più bei incipit che abbia mai visto:

The man in black fled across the desert and the gunslinger followed.

Semplicemente sublime! I primi tre libri della serie sono abbastanza strani, a metà strada fra il genere western e il fantasy. Il quarto della serie finalmente ripercorre il misterioso passato del pistolero protagonista della saga. Gli ultimi 3, scritti nel giro di soli due anni, e lo si nota perchè la storia scorre più fluida che negli altri, portano a conclusione la saga.
Nell'universo della Torre Nera vi sono infiniti mondi paralleli, ma ce n'è uno, il mondo chiave, in cui la linea del tempo può scorrere in una sola direzione. Per passare fra un mondo e l'altro vi sono particolari porte.
I personaggi più importanti sono 5: il pistolero, Roland Deschain, è il protagonista assoluto della serie. Poi c'è Jake Chambers, un ragazzo di 11 anni che arriva dalla New York del 1977; Eddie Dean un giovane drogato che arriva dalla New York del 1987; Susannah Dean una donna schizofrenica che arriva dalla New York del 1964 e Pere Callahan, un sacerdote cattolico che è stato infettato da un vampiro e quindi dannato.

Nelle prime pagine di questo volume ritroviamo il gruppetto sano e salvo, sebbene sparso per ogni dove (e ogni quando). Susannah-Mia è stata trasportata dal Dixie Pig di New York (e dal 1999) in una stanza degli orrori di Fedic, dove vedrà la luce suo "figlio". Jake e Père Callahan, con Oy, sono entrati nel locale ad armi spianate per salvare la ragazza, ignorando il pericolo in agguato. Roland e Eddie, con John Cullum, sono nel Maine del 1977, in Turtleback Lane, e incominciano a comprendere che il mondo da cui stanno cercando di fuggire è l'unico reale, l'unico in cui il tempo vada solo in avanti, in linea retta... Ma questo non è che l'inizio delle loro avventure.

Leggendo i commenti dei lettori al libro, la maggioranza è rimasta molto delusa dal finale. Dopo oltre 24 anni di attesa (per chi aveva iniziato a leggere la saga dall'inizio) tutti affermano che si aspettavano che King s'impegnasse di più. Una minoranza invece apprezza il finale perchè affermano che è l'unico possibile.
La mia prima impressione leggendo il finale ammetto che è stata di delusione. Ma come, pensavo... migliaia di pagine per tornare all'inizio, la storia si ripete e Roland non si ricorda che ha già raggiunto la torre! Poi ripensandoci... come poteva essere il finale? Positivo? Avrebbe fatto contenti molti. Negativo? Avrebbe fatto contenti pochi. E poi qualsiasi cosa trovata nell'ultima stanza della torre l'avrebbe resa fisica, reale. E forse sminuita. Il finale scelto da King (anche se lui afferma che non decide, scrive quello che vede!) penso che sia quello che più gli si adatta.

Ragazzi è incredibile! Ho trovato pure su wikipedia un articolo lunghissimo sulla Torre Nera...

Il Mistero

di Erica (17/07/2006 - 10:55)

After deciding he would get nothing of interest from the two old men who comprised the entire staff of The Weekly Islander, the feature writer from the Boston Globe took a look at his watch, remarked that he could just make the one-thirthy ferry back to the mainland if he hurried, thanked them for their time, dropped some monye on the tablecloth, weighted it down with the salt shaker so the stiffish onshore breeze wouldn't blow it away, and hurried down the stone steps from The Grey Gull's patio dining area toward Bay Street and the little town below. Other than a few cursory gleeps at her breasts, he hardly noticed the young woman sitting between the two old men at all.
Once the Globe writer was gone, Vince Teague reached across the table and removed the bills-two fifties from beneath the salt shaker. He tucked them into a flap pocket of his old but serviceable tweed jacket with a look of unmistakable satisfaction.

Stephen King in "The Colorado Kid" ha scritto un libro in cui il protagonista assoluto è Il Mistero con la 'M' maiuscola. Lo scrittore ci avverte in molte pagine che quella che seguirà è una storia che non è adatta per essere pubblicata su un giornale perchè ci sono troppe variabili, troppe atti senza un spiegazione.
Nella postafazione King spiega per l'ennesima volta che le storie che ci racconta nascono da un particolare che lo colpisce e non è un processo automatico del tipo leggo qualcosa e ci scrivo sopra una storia. No non è così. Il particolare che ha attivato la sua fantasia è il mistero che circonda, sommerge la storia raccontata.
Su un'isola del Maine (King afferma che nessun posto è adatto per una storia del mistero come un'isola da Dieci piccoli indiani di Agatha Christie in poi) due anziani giornalisti raccontano la morte misteriosa di uno sconosciuto e gli strani fatti che circondano il caso, in cui si sono imbattuti 25 anni prima, ad una giovane giornalista apprendista. La storia sembra un pretesto per fare scuola alla ragazza, per insegnarle a porsi le domande giuste al momento giusto. E rappresenta un rito di passaggio, per dimostrarle che è stata pienamente accettata dalla comunità.
Il libro è un racconto senza finale (e King non ci ha imbrogliato perchè ci ha avvertito di ciò fin dall'inizio) che c'invita a riflettere sulla bellezza del mistero in se'. Nella postfazione King afferma che forse è il mistero che ci permette di vivere sani in un mondo che ci consuma. Che vogliamo raggiungere le luci nel cielo, che volere può essere meglio che conoscere. Ognuno di noi può immaginare gli avvenimenti misteriosi con cui entra in contatto come preferisce, farsi una proprio opinione. Poi il conoscere come sono andate in realtà le cose diventa secondario.
A me è sembrato che King in questa novella abbia cercato di produrre qualcosa di molto diverso rispetto alle opere precedenti. Ha cercato di rendere secondaria la storia, gli interessa di più come i personaggi interagiscono fra loro di fronte al mistero. La sconsiglio quindi a chi di King piace l'horror, qui non ce n'è per niente! E anche a chi non ama le storie aperte: qui non c'è un finale, che avrebbe sicuramente sminuito la storia. Se fornisci un finale ai lettori, questi si concentrano su di esso, dimenticandosi del... Mistero.

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